Una commovente mattinata di riflessione con la “Quarto Savona 15”

La moglie di Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone, ucciso nell’attentato del 1992:
«Non ha vinto la mafia e lo stiamo dimostrando»

Una grande mattinata di riflessione, un incontro di speranza con e per gli studenti di Montesilvano. E’ stato questo il senso della manifestazione “Quarto Savona 15 – La memoria in viaggio” svoltasi questa mattina in largo Venezuela a Montesilvano. L’auto della scorta di Giovanni Falcone, in cui persero la vita nell’attentato di Capaci del 23 maggio 1992 gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, impegnati nella scorta al giudice Giovanni Falcone e alla moglie Francesca Morvillo, è racchiusa in un teca. I resti di quella Fiat Croma marrone ridotta a un ammasso di ferraglie è esposta, e lo rimarrà fino a stasera, in largo Venezuela (nella zona dei grandi alberghi).


L’iniziativa è del Premio nazionale Paolo Borsellino supportato da Lions, Comune di Montesilvano, ministero dell’Istruzione, università e ricerca scientifica e Polizia di Stato.
All’incontro, condotto da Alessandra Angelucci e Graziano Fabrizi, hanno partecipato la moglie di Antonio Montinaro, Tina; don Aniello Manganiello, il parroco anticamorra; Gerardina Basilicata, prefetto di Pescara; Francesco Misiti, questore di Pescara; Francesco Maragno, sindaco di Montesilvano; il generale Carlo Cerrina, comandante della Legione carabinieri Abruzzo e Molise; il colonnello Marco Riscaldati, comandante provinciale di Pescara dei carabinieri; Pietro Mennini, procuratore generale della Corte d’appello dell’Aquila; Luigi Leonardi, imprenditore – testimone di giustizia; Nisla Forcucci, Lions Montesilvano; Natalina Ciacio dirigente scolastica del liceo D’Ascanio. Presenti, ovviamente, anche l’ideatore del premio, Leo Nodari, e la presidente Gabriella Sperandio, gli studenti del liceo D’Ascanio. Francesca Martinelli ha interpretato il brano “Signor tenente” di Giorgio Faletti.
«Io non mi ritengo la vedova di Antonio Montinaro, io sono la moglie anche perché, parlando di lui tutti i giorni, da 27 anni, ce l’ho sempre accanto», ha esordito Tina Montinaro, «Mentre ci sono tante donne che hanno sempre accanto i loro uomini ma se ne dovrebbero vergognare di starci anche solo per un giorno. Mio marito era uno strafigo, un ragazzone di un metro e novanta con un sorriso accattivante, con un cuore esagerato perché se un ragazzo decide di andare a Palermo per scortare il grande magistrato Giovanni Falcone è una grande persona. Oggi io sono orgogliosa di essere stata accanto a quell’uomo anche se solo per 5 anni, mi ha dato due figli meravigliosi. Ma dopo la botta, pesante, di quel 23 maggio 1992, quando pensi che tutto sia finito, perché di mio marito non è rimasto nulla perché», ha aggiunto indicando la quarto Savona 15, la Fiat Croma su cui viaggiava Falcone con la sua scorta al momento dell’attentato mafioso, «se guardiamo la macchina ci rendiamo conto che di quei tre ragazzi, in quell’auto non è rimasto nulla, perché era la prima auto di scorta presa in pieno da 500 chili di tritolo. E allora, guardando i miei figli, mi rendo conto che non può essere finita lì. Non possiamo pensare che la mafia ha vinto. Dobbiamo dimostrare a tutti che quel giorno non li hanno fermati. Io porto in giro quell’auto perché voi», ha detto rivolgendosi agli studenti, «dovete vedere di cosa sono stati capaci di fare i mafiosi e che cos’è la mafia. E poi per dire non hanno vinto loro: non ci hanno fatto niente, perché noi continuiamo ad andare avanti. A me non hanno tolto il sorriso, non l’hanno tolto ai miei figli».
«Oggi è una delle giornate fondamentali per la crescita, soprattutto, dei nostri ragazzi», ha detto il sindaco Francesco Maragno, «Mi fa piacere vederne tantissimi qui, oggi, per far capire loro che cos’è stata l’Italia fino a qualche anno fa. Questi attentati, quello che è successo a Capaci, sembrano fatti accaduti secoli fa. Dobbiamo studiare il passato, per capire il presente e per non commettere errori nel futuro. E quando pensiamo che le mafie sono fenomeni appannaggio soltanto di alcune regioni, ci sbagliamo perché le mafie sono abilissime a trovare nuovi territori fertili dove andare ad attecchire e dove fare business. Io ho avuto la fortuna di vivere e lavorare in Calabria in un contesto molto complicato. Lì mi sono reso conto che, davvero, non si vive nella piena libertà perché quando non si ha la possibilità di esplicare a pieno la propria personalità, le proprie inclinazioni, la propria professionalità vuol dire che libertà non c’è. Ma dalle iniziative come queste dobbiamo trarre tesoro, dobbiamo continuare ad alimentare il ricordo di tutte quelle persone che hanno sacrificato la propria esistenza per consentirci di vivere in un contesto sociale vantaggioso, sicuro, di possibile crescita e sviluppo per tutti noi. Da questi fatti terribili», ha concluso il primo cittadino, «dobbiamo, però, trarre tutti gli insegnamenti che ci consentano domani di non commettere più errori».
«Alcuni anni fa mi trovavo al Professionale di Latina in un incontro sulla legalità», ha detto il parroco anticamorra don Aniello Manganiello, «e facevo riferimento a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino e di come avessero offerto la loro vita. E incoraggiavo gli studenti a prendere coscienza a fare la propria parte, come deve fare ognuno di noi. Si alzò un ragazzo e mi disse: Io non ci tengo a rischiare qualcosa per gli altri. Questo pensiero, comune anche in parte della politica, forse, è più diffuso di quanto immaginiamo, questa indifferenza verso gli altri puntando solo agli interessi personali. Sono arciconvinto che Falcone e Borsellino ci danno la misura di quella frase evangelica di Gesù di Nazareth: Nessuno ha un ancora più grande di chi dà la propria vita per gli amici. Certo, per fare questo ci vogliono delle grandi motivazioni ma è la migliore maniera di dare senso alla propria esistenza. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone hanno fatto della loro vita un capolavoro».

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